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IL BUDDISMO IN THAILANDIA
In Thailandia il Buddismo, che è religione di stato, è professato da circa il 95% della popolazione. Il buddismo Theravada, in particolare, è quello più diffuso; esso è basato sulla filosofia della astensione e discende direttamente dagli insegnamenti del Buddha. E’ una filosofia agnostica, non ammette cerimonie, rituali e templi. Venera solo le reliquie e luoghi consacrati, tuttavia la pratica thailandese risente di molte influenze induiste, tantriche, e mahayane, mentre sono altresì diffuse credenze magiche, animiste e astrologiche.
Molti maschi thai sono ordinati monaci durante l’adolescenza, anche solo per breve tempo, conquistando meriti per se stessi e per le loro famiglie. I moncaci vivono di elemosina, percorrendo ogni mattina le vie dei villaggi e delle città per la questua, quello che riescono a racimolare deve bastare per la giornata loro e dei loro fratelli.  I primi monaci Buddisti giunsero nelle terre dell’attuale Thailandia intorno al 250 a.C. inviati dall’Imperatore Indiano Ashoka, da poco convertitosi al Buddismo, ma solo con la conversione del re Rama Khamaeng (1277-1317) il Buddismo divenne religione ufficiale dell’antico regno Siamese e poi del moderno stato della Thailandia. Il Buddismo non è soltanto religione, però, ma anche filosofia e visione del Mondo, che influirono in maniera significativa sullo sviluppo culturale e artistico del paese.
Breve storia del Buddha
Buddha nacque con il nome di Siddharta Gautama, nell’india del VI sec. a.C.. Siddharta durante la sua vita terrena, era principe della comunità aristocratica degli Shakya (“i potenti”), titolo che gli valse l’appellativo di Shakyamuni, cioè “Saggio tra gli Shakya”. La sua condizione di nobile lo fece vivere nel lusso degli ambienti aristocratici, alla pari di molti suoi simili: si sposò con la principessa, Yasodhara, da cui ebbe un figlio, Rahula.
Non aveva ancora trent’anni quando lasciò il palazzo di famiglia e si avventurò a conoscere il Mondo. Incontrò allora un vecchio, un ammalato e un morto, simboli della sofferenza umana, e infine un eremita, che gli indicò la strada verso la liberazione dal dolore. Dopo questo incontro, Siddharta abbandonò per sempre il palazzo e i lussi, la famiglia e gli affetti. Si rase la testa, indossò la tunica color zafferano, divenne asceta errante. Con cinque compagni condivise una rigida disciplina per sei anni non si nutri che di un solo chicco di riso al giorno. Ma non era questa la strada per la santità. Tra il lusso e la mortificazione scelse la via intermedia, quella della meditazione e dell’imperturbabile distacco dal Mondo. Fu cosi che un giorno, vicino alla località di Bodh Gaya, si sedette sotto un albero di pipal e assunse la posizione del loto rivolto verso oriente, immergendosi nella meditazione. Attraversò i quattro stadi intermedi, la concentrazione, la leggerezza dell’anima, l’abbandono e l’imperturbabilità assoluta
Rivide in sogno tutte le sue esistenze precedenti, comprendendo che il ciclo delle rinascite è infinito; vide la condizione del Mondo, capendo come ognuno sia il risultato delle proprie azioni nelle vite precedenti; vide infine, quando ormai era l’alba, come il dolore sia il prodotto dell’eterna concatenazione di causa ed effetto. Fu attraverso questa strada che poté cogliere i quattro punti sui quali fondò la propria dottrina ossia “Le quattro nobili verità”:
o La verità del dolore: nella vita degli esseri senzienti, in primis dell’uomo, è insita la sofferenza.
o La verità dell’origine del dolore: Il dolore non è colpa del mondo o del fato o di una divinità, ma ha origine dentro di noi, dalla ricerca della felicità in ciò che è transitorio, spinti dalla sete, o brama per ciò che non è soddisfacente. Brama di oggetti sessuali; brama di esistere, brama di annullare l’esistenza.
o La verità della cessazione del dolore: Esiste l'emancipazione dal dolore. Per sperimentare l' emancipazione dal dolore, occorre lasciare andare l'attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevoli in cui ciò che è provvisorio è maggiormente desiderabile.
o La verità della via che porta alla cessazione del dolore: Esiste un percorso di pratica da seguire per emanciparsi dal dolore. È il percorso spirituale da intraprendere per avvicinarsi al nirvana. Esso è detto il Nobile ottuplice sentiero.
Sono questi i passaggi che condussero Siddharta alla liberazione e gli fecero raggiungere la condizione di Buddha, parola sanscrita che significa “l’illuminato”. Siddharta aveva allora trentacinque anni. In una località vicino a Varanasi, ovvero Benares, incontrò i suoi vecchi compagni di ascesi e gli rivelò le quattro verità, durante quello che è ricordato come il “primo sermone”.
I cinque asceti divennero suoi discepoli e chiesero al loro Maestro i voti monastici. Era cosi nato, dopo il Bhudda e il Dharma (“la legge”), il “terzo gioiello” sul quale si fonda il Buddismo: il Sangha, cioè “ la comunità dei monaci”.
Siddharta morì nel 483 a.C. a 80 anni. Per suo volere non fu eletto un nuovo capo spirituale, in quanto i suoi discepoli dovevano essere guidati dai suoi insegnamenti.
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